Ci sono storie non comuni, tra i produttori conosciuti nell’ultimo Slow Wine Fair, come ci sono castelli che nascono per difendere e altri per dominare. E poi c’è quello di Solicchiata, che invece è stato costruito per fare vino. Già questo basterebbe a renderlo un posto fuori dal comune. A pochi chilometri da Adrano, sul versante dell’Etna dove la terra cambia colore a ogni curva e l’aria sa di pietra e vento, il Castello di Solicchiata appare come un miraggio medievale: pietra lavica, fossato, ponte levatoio. Sembra una fortezza, ma in realtà è una cantina travestita da castello. O forse il contrario.

La sua storia comincia nell’Ottocento, quando il barone Felice Spitaleri di Muglia, viaggiatore curioso e uomo di visione, decide che il vulcano più alto d’Europa è il luogo perfetto per un’idea allora quasi impensabile: costruire uno château del vino sul modello francese, ma in Sicilia, tra sabbie nere e terrazzamenti scavati nella lava. Non una semplice tenuta agricola, ma una macchina enologica completa, autonoma, modernissima per l’epoca.

Prima ancora che il castello prendesse forma, Spitaleri aveva già fatto qualcosa di rivoluzionario: piantare Cabernet Franc, Merlot e Cabernet Sauvignon tra gli 800 e i 1000 metri di altitudine. Un azzardo elegante, figlio dei suoi viaggi in Francia, che trasformò il Feudo di Solicchiata in un laboratorio enologico d’avanguardia. Qui nacque uno dei primi tagli bordolesi realizzati in Italia, vinificato con metodo francese ma con l’anima profondamente etnea.