L’operazione «Epic Fury» sta sconvolto il mondo del trasporto aereo facendo crollare drasticamente i titoli azionari delle compagnie aeree. Nonostante qualche timido tentativo di ripresa dei vettori del Golfo che hanno ricominciato a volare con un numero limitato di voli - ieri circa 159 da Dubai, 29 da Abu Dhabi, 51 da Muscat e 10 da Doha in Oman rispetto ai mille voli giornalieri prima del 28 febbraio - di fatto lo spazio aereo nell’area è ancora chiuso. Restano aperti l’Oman e l’Arabia Saudita da dove la maggior parte dei voli di rimpatrio, organizzati dai governi, vengono effettuati essendo Riyad e Muscat gli scali più vicini alle aeree di crisi. Un’onda che non si placa e che ha portato a cancellare 40 mila voli dal 28 febbraio, il più grande sconvolgimento nel settore dalla pandemia. L’incertezza comincia a montare tra gli addetti ai lavori con lo svanire della speranza di una veloce risoluzione del conflitto. E inevitabilmente si contano i danni. Il più immediato è l’aumento del prezzo del petrolio, ma per il settore del trasporto aereo c’è molto di più: dai contratti di hedging, all’esposizione del network alle destinazioni mediorientali e asiatiche, alle attività non aeree che compensano quelle core, tutti aspetti che determinano quali compagnie aeree siano più protette e quali no alla crisi in atto.