Che l’inflazione sia un animale piuttosto difficile da domare è noto da sempre, stavolta però dopo la fiammata degli scorsi anni le Banche centrali pensavano di avercela proprio fatta. L’escalation militare in corso nel Medio Oriente ha però rimescolato le carte sul tavolo, per Bce e Federal Reserve certamente, ma anche per gli investitori che tornano chiaramente a rivalutare le attività finanziarie in grado di offrire al portafoglio una protezione naturale contro il rincaro dei prezzi.
Il balzo del barile di greggio oltre i cento dollari e i valori raddoppiati delle quotazioni del gas naturale nel giro di una settimana mettono in allarme i risparmiatori, alle prese con le spese di ogni giorno e l’estrema incertezza sui possibili sviluppi nel corso dei prossimi mesi. La nebbia fitta che impedisce per il momento di intuire gli sviluppi a medio termine del conflitto e in primo luogo le sue ripercussioni sulle materie prime sembra tuttavia frenare un immediato adeguamento dei mercati e rende la copertura dall’inflazione teoricamente ancora possibile e soprattutto conveniente.
Il lento adeguamento dei mercati
L’ufficio studi di Finint fa per esempio notare come i rendimenti reali attesi per i prossimi dieci anni negli Stati Uniti siano sì tornati improvvisamente a crescere, di circa dieci centesimi allo 0,8%, ma si mantengano ancora ben al di sotto del livello dell’1% attorno al quale viaggiavano a inizio anno. Quest’ultima circostanza porta gli analisti della Private Bank a sottolineare come «il movimento al rialzo di questi giorni dei rendimenti obbligazionari anche sulle scadenze medio-lunghe dipende certamente dalla guerra in Iran, ma una componente importante è anche legata a una fase di rientro dopo due mesi nei quali forse il mercato aveva corso un po’ troppo».






