L’inflazione non pare del tutto ancora domata, negli Stati Uniti e anche in alcuni paesi europei come la Germania, e condiziona l’umore degli investitori. Il dato pur in linea con le attese registrato ieri dall’indice dei prezzi al consumo personali statunitensi (+2,6% annuo a luglio e +2,9% nella sua versione core depurata dale componenti più volatili) mantiene il livello del carovita al di sopra degli obiettivi della Federal Reserve. Non mette verosimilmente a rischio il taglio dei tassi da 25 punti base, ormai largamente scontato a settembre, ma pone qualche dubbio in più sulle mosse successive della Banca centrale di Washington.

Sotto questo aspetto si può quindi interpretare la reazione negativa dei mercati, con la battuta d’arresto di Wall Street rispetto ai massimi storici raggiunti ancora una volta il giorno precedente che ha a sua volta frenato i già incerti listini europei (Piazza Affari ha ceduto lo 0,59% in buona compagnia del resto del Continente). E soprattutto la continua pressione sui rendimenti dei titoli di Stato, ieri in avanzata in tutte le aree del globo: due punti base in più per i Treasury Usa (4,23%), tre per i Bund tedeschi (2,72%) e per il nostro BTp (3,61%).