Nervi a fior di pelle sui mercati obbligazionari, con movimenti spesso quasi impercettibili ma che al tempo stesso nascondono fenomeni di lunga durata tali da turbare il sonno agli investitori. Il dato di fatto che i rendimenti decennali dei principali benchmark mondiali, Stati Uniti e Germania, siano sostanzialmente incanalati rispettivamente fra il 4-5% e il 2-3% non deve infatti trarre in inganno. I movimenti visibili sulle scadenze brevi e su quelle molto più lunghe hanno infatti raggiunto una portata che non si vedeva ormai da tempo, in alcuni casi anche decenni, specie se analizzati in modo congiunto: un fenomeno globale che si arricchisce poi di casi particolari come appunto gli stessi Stati Uniti, il Giappone, oppure la Francia e la Gran Bretagna per restare nella Vecchia Europa.
Il caso Bund
Restando sul piano generale, il comportamento di un «insospettabile» Bund è in sé piuttosto significativo. In questi giorni i rendimenti del titolo di Stato tedesco si collocano ai massimi dalla crisi del debito del 2011 sulla scadenza trentennale (3,41%), mentre restano piuttosto contenuti per quelle ravvicinate (1,97% il due anni). Tutto questo si traduce, in termini tecnici, in quello che gli analisti chiamano «irripidimento della curva» e con uno scarto fra le scadenze a 2-30 anni che viaggia ai massimi dal 2019. E se l’abbassamento dei tassi a breve rappresenta a suo modo un riflesso dei tagli effettuati dalla Bce, è piuttosto il movimento sulla parte lunga a destare maggiore preoccupazione.






