Agiugno era stato ribadito il taglio di 35.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030. Una mossa coordinata e concordata con i sindacati che era stata giustificata per una serie di finalità precise: aumentare la redditività, ridurre i costi e fronteggiare al meglio le difficoltà del mercato europeo dell’automotive.

Oggi, martedì 10 marzo, l’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha alzato il tiro. Con una lettera agli azionisti in occasione dei risultati del 2025, la previsione è di 50.000 entro quattro anni. C’è da dire che il contratto collettivo con il sindacato Ig Metall stabilisce che non possono esserci licenziamenti obbligatori fino alla fine del 2030. Infatti, 20.000 uscite erano già previste con incentivi all’esodo in base all’anzianità che raggiungono sino a 400 mila euro.

L’anno scorso i posti di lavoro nel gruppo sono calati del 2%, a 662.900. Nello specifico, Blume scrive: «Abbiamo realizzato risparmi per un miliardo nel 2025 e siamo sulla strada giusta per raggiungere il nostro obiettivo di risparmiare oltre 6 miliardi di euro annui in tutto il gruppo entro il 2030».

Utile dimezzato: peggior risultato dal 2016

L’azienda, peraltro, ha registrato un calo dell’utile netto del 44%, a 6,9 miliardi di euro. Si tratta del risultato più basso dal 2016. Pesano gli oneri presso la controllata Porsche, i dazi statunitense, l’arrembante concorrenza cinese e, appunto, gli alti costi di ristrutturazione del gruppo. Su quest’ultimo punto, riferisce il capo finanziario di Volkswagen, Arno Antlitz, «ci concentreremo nei prossimi mesi».