Nel sistema giudiziario italiano la tutela della libertà personale dovrebbe rappresentare il punto più alto della responsabilità del magistrato. L'articolo 13 della Costituzione, in particolare, la definisce "inviolabile" e il codice di procedura penale prevede termini precisi per le misure cautelari, imponendo al giudice il dovere di disporre immediatamente la liberazione quando tali termini siano scaduti. Di diverso avviso, però, il Consiglio superiore della magistratura che è quanto mai indulgente e comprensivo quando si tratta di valutare un giudice che si "dimentica" di scarcerare un suo imputato.
Scorrendo infatti una serie di recenti delibere del Csm relative alle valutazioni di professionalità delle toghe, emerge una sequenza di episodi nei quali persone sono rimaste detenute senza titolo per giorni, settimane o mesi, mentre i magistrati coinvolti hanno comunque ottenuto giudizi professionali positivi.
Il filo conduttore delle decisioni è sempre lo stesso: la violazione viene riconosciuta ma, al tempo stesso, considerata episodica, non significativa o attenuata da circostanze organizzative. Il risultato finale è quasi sempre identico: la valutazione di professionalità viene comunque superata, con il conseguente aumento di stipendio a fine mese.







