Il primo comandamento di ogni religione laica è il principio per cui nessun individuo può essere tenuto in arresto dallo Stato al di fuori dei casi previsti dalla legge. Si chiama habeas corpus ed è l’Abc del costituzionalismo da qualche secolo. In Italia è scolpito nell’articolo 13 della Costituzione, quello che inizia stabilendo che «La libertà personale è inviolabile». Eppure ci sono magistrati che la violano senza pagare alcun prezzo. È tutto scritto nelle valutazioni di professionalità che il Csm è tenuto a fare ogni quattro anni per ciascuno di loro.

Giudizi da cui dipendono l’avanzamento della carriera e gli aumenti di stipendio: in quel 99,2% di voti «positivi» ci sono giudici e pm che si sono dimenticati uno sventurato in carcere, anche per centinaia di giorni. Promossi, al pari dei loro colleghi che non hanno commesso errori sulla pelle degli altri. Prima dell’habeas corpus viene il principio dell’irresponsabilità.

Alcuni sono stati anche riconosciuti colpevoli nel giudizio disciplinare. Come quel pubblico ministero di Foggia che nel 2017 aveva ricevuto una condanna alla censura (sanzione assai blanda) «per inescusabile negligenza», passata in giudicato. Nella sentenza si legge che aveva «omesso di adottare un efficace sistema di controllo dei termini delle misure cautelari in atto nei procedimenti in fase di indagini preliminari a lui assegnati», scordandosi così di togliere un indagato dagli arresti domiciliari. Provvedeva solo su sollecitazione dell’avvocato difensore, con 49 giorni di ritardo.