Le sentenze vanno rispettate? Certamente, senza alcun dubbio, in particolar modo quelle definitive. Non si scappa. Ma almeno si possono discutere? Ad avviso di chi scrive, sì, sempre. Puoi, anzi devi rispettarle: ma nessuno può privarti della libertà intellettuale di non esserne convinto, in tutto o in parte. A meno che non si sia già entrati in una dimensione religiosa, di pura fede, applicata però ai verdetti dei tribunali.
In una memorabile (e dolorosamente sarcastica) pagina del Il contesto, Leonardo Sciascia attribuisce a un altissimo (e pessimo) magistrato la seguente tesi: con la sentenza la giustizia si compie sempre, esattamente come in una Messa, per il credente, pane e vino diventano corpo e sangue di Cristo. Lo scrittore siciliano fa capire al lettore: c’è da stare in guardia quando un’attività laica, umanissima, e come tale fallibile, viene equiparata a un miracolo, in quel caso alla transustanziazione.
Eppure la sinistra sembra un po’ come quel magistrato descritto da Sciascia. O meglio: i compagni ritengono che la possibilità di discutere dei verdetti giudiziari sia intermittente, valga solo a giorni alterni. Se ne può discutere (meno male, sacrosanto) per le condanne di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani a proposito del delitto Calabresi, ma non se ne può discutere (e come mai?) per Francesca Mambro e Valerio Fioravanti a proposito della strage di Bologna. Oppure lo si può fare- liberamente - solo se si tratta di “pura” cronaca nera: da Erba a Garlasco. Ma se ci sono di mezzo la politica e soprattutto i “neri”, allora no, assolutamente no.











