La polemica nata in questi giorni intorno a una battuta di Aldo Cazzullo sulla canzone di Sal Da Vinci – musica “da matrimonio della camorra” – ha riaperto una discussione che in realtà accompagna la cultura italiana da molti decenni. Non si tratta di stabilire se una canzone piaccia o meno: i gusti sono liberi e lo saranno sempre, il punto è un altro. È quel vecchio riflesso con cui una certa élite culturale guarda con sospetto tutto ciò che nasce davvero dal popolo. Questo atteggiamento ha perfino un nome preciso: radical chic. L’espressione fu coniata negli anni Settanta dallo scrittore americano Tom Wolfe, che descriveva con ironia una borghesia progressista capace di parlare continuamente di popolo e rivoluzione, ma con un certo imbarazzo quando il popolo si esprime davvero. Wolfe raccontava salotti dove si discuteva di rivoluzione davanti a un pianoforte Steinway e a un buffet impeccabile: una fotografia perfetta di quella curiosa miscela di idealismo e snobismo. In Italia questo atteggiamento ha avuto una lunga storia. Per anni la cultura popolare è stata guardata con sufficienza, quasi con fastidio. Totò fu considerato per decenni poco più che un comico da avanspettacolo prima di essere riconosciuto come uno dei più grandi attori del Novecento.