Nelle prime ore della guerra si sussurrava negli ambienti “ben informati” che sarebbe durata quattro giorni, poi si è detto una settimana, alla fine non ci si è più azzardati a fare previsioni. Si è parlato di settimane. Tutti concordano su un punto: la risposta dei pasdaran è stata più forte del previsto. L’Iron Dome israeliano è riuscito a parare gran parte dei colpi, salvo “incidenti” sanguinosi come la distruzione di un condominio con nove morti. Ma i Paesi del Golfo sono stati bucati più volte, a dispetto delle difese americane, e la strategia del caos di Teheran ha prodotto il blocco dello Stretto di Hormuz e il caos negli aeroporti e negli hotel del Golfo.

Tutto questo non pregiudica la superiorità militare degli Stati Uniti. Trump può dire a ragione: «Li stiamo massacrando». Ma c’è un punto che riguarda gli obiettivi politici della guerra decisa da Bibi e Donald. Per gli occidentali, vittoria significa rovesciare il regime degli Ayatollah. Per gli Ayatollah, significa sopravvivere. E la storia del Medio Oriente dimostra che si può sopravvivere anche sottoterra, nei nascondigli predisposti da mesi. Gli iraniani hanno imparato, tra uccisioni mirate e ondate di caccia israeliani dei precedenti attacchi, a moltiplicare le teste dell’Idra. Non è in dubbio la schiacciante superiorità di Usa e Israele: top gun, intelligence integrata, munizioni di precisione, difese antimissile multilivello. Ma se il dominio dei cieli è una condizione militare, il cambio di regime è altro: un risultato politico.