Temiamo di essere facili profeti: quello a cui assisteremo questa sera all'Arena di Verona, per l'inaugurazione dei Giochi paralimpici invernali, sarà uno spettacolo avvilente. E, fuori di ipocrisia, lo sarà perché l'onore di portare la bandiera del proprio Paese verrà negato ad atleti disabili, in un'occasione probabilmente irripetibile. Al loro posto ci saranno (forse) dei volontari, a guidare quelle delegazioni che hanno deciso di non boicottare l'evento. Non era mai successo nella storia moderna dei cinque cerchi, che pure è una storia tormentata e nient'affatto avulsa - come si pretenderebbe - dalle caotiche vicende internazionali. La cancellazione in blocco di uno dei momenti più simbolici e intensi della cerimonia di apertura, ci dice quanto il cinismo della politica - e della geopolitica - sia penetrato nel fortino diroccato dell'autonomia sportiva. I Giochi simbolo dell'inclusione partono con un clamoroso gesto di esclusione.
Il motivo di questo pasticcio lo conosciamo: per la prima volta dopo l'invasione dell'Ucraina, sei atleti russi e quattro bielorussi potranno gareggiare sotto le insegne nazionali, e se vinceranno un oro, ascolteranno il proprio inno. Così ha deciso l'assemblea del Comitato paralimpico internazionale lo scorso settembre, scatenando polemiche e ritorsioni. L'anello più fragile del movimento - ci rifiutiamo di pensare che sia anche il più debole - ha spezzato la catena delle sanzioni morali agli invasori, ed è diventato l'occasione di un regolamento di conti tra il Sud del mondo e l'Occidente solidale con gli ucraini. Non conosciamo nel dettaglio chi abbia votato contro o a favore della sospensione del bando, ma le ricostruzioni indicano l'esistenza di un blocco di Paesi africani, asiatici, sudamericani che hanno avuto la meglio sul G7 e sull'Unione europea. E non sorprende, visto che questi sono gli schieramenti ormai consolidati di un conflitto che si prolunga da oltre quattro anni.










