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Cantore della nostalgia, è morto l'autore portoghese più volte candidato al Nobel
Iniziò a scrivere per colpa di un piede, il dottore in psichiatria António Lobo Antunes. Era il piede di José Francisco, 4 anni, morto di leucemia. Un piede sfuggito dal piccolo sudario mentre gli inservienti portavano via il cadaverino di fronte agli occhi sbarrati di un giovane praticante di pediatria. Sotto choc, ipersensibile alla poesia e al dolore umano, quello studente decise di mollare la carriera impostagli dal padre neurologo e di arruolarsi come ufficiale medico nella guerra coloniale in Angola dal '71 al '73, prima di diventare il più grande romanziere portoghese vivente, "perché non mi andava di morire".
António Lobo Antunes si è spento ieri a 84 anni nella sua adorata Lisbona. La maledizione che grava sul suo Benfica, la squadra per cui ha sempre tifato anche quando in guerra ascoltava i risultati alla radiolina durante il cessate il fuoco, ha sfiorato anche lui, che nel derby da Nobel con José Saramago non è mai riuscito - nonostante le nomination - a pareggiare i conti. Troppo piccolo e periferico il dimesso Portogallo atlantico per due Nobel a stretto giro di posta. Eppure, Lobo Antunes non ha avuto nulla da invidiare a Saramago: tradotto in tutto il mondo, uno dei soli tre autori viventi ad entrare nella Bibliothèque de la Pléiade, ha messo in bacheca il Premio Camões, ma - quel che più conta - è forse fra i pochi autori contemporanei ad aver creato una narrazione completamente originale, in cui riecheggiano le esplosioni espressioniste di Céline e il senso del tempo di Proust e Marías, la crudezza di Faulkner e l'allucinazione di Lowry, il pessimismo di Canetti e l'inconscio di Joyce.






