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Ultimo aggiornamento: 18:08
Non c’è solo la Corte Suprema a contrastare negli Stati Uniti la spinta di Trump a stabilire un regime di governo autoritario, fondato sul plebiscito elettorale. Contro l’assolutismo del “presidente Maga” comincia a stagliarsi un soggetto forse ancora più incisivo sul piano degli equilibri sociali: la Chiesa cattolica.
Steve Bannon, ideologo del trumpismo, aveva definito da subito l’elezione di Leone XIV una “pessima scelta”. Perché la cultura e la sensibilità sociali di Prevost si contrappongono inevitabilmente agli impulsi illiberali del presidente. “La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato”, dichiarò Leone appena eletto al corpo diplomatico in Vaticano. Indicando un caposaldo del suo pontificato: “Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio”.
Papa Prevost ha confidato peraltro agli intimi di non volere ergersi in pubblico ad avversario del presidente connazionale. La sua impostazione religiosa e sociale sta fornendo tuttavia ai vescovi americani una forte copertura nel contrastare pubblicamente le politiche di Trump. E se la Corte Suprema può anche essere ondivaga, nel senso di dare qualche volta una giustificazione giuridica alle aspirazioni del presidente (si veda il tema dell’immunità), mostrandosi invece altre volte contraria (come nel caso dei dazi), l’opposizione dei vescovi sta procedendo invece in crescendo.






