Dormire fino a tardi nel fine settimana per recuperare le ore perse durante i giorni lavorativi è un’abitudine molto diffusa. Tuttavia, secondo un nuovo studio, questa strategia potrebbe non essere la soluzione ideale per la salute metabolica e, in alcuni casi, potrebbe addirittura avere effetti controproducenti. Da tempo la comunità scientifica osserva una stretta relazione tra durata del sonno e rischio di sviluppare resistenza all’insulina, una condizione in cui le cellule dell’organismo rispondono meno efficacemente all’ormone che regola i livelli di glucosio nel sangue. La resistenza insulinica è considerata uno dei principali fattori di rischio per il diabete di tipo 2 e per altre patologie cardiometaboliche.
Il nuovo studio ha cercato di quantificare con precisione la durata “ottimale” del sonno, arrivando a una stima sorprendentemente dettagliata: sette ore e 19 minuti per notte. Secondo i ricercatori, dormire meno di questa soglia ma anche superarla in modo significativo sarebbe associato a variazioni dell’eGDR (estimated Glucose Disposal Rate), un parametro utilizzato per stimare la sensibilità all’insulina. In generale, un eGDR più basso è indicativo di una maggiore resistenza insulinica e quindi di un rischio metabolico più elevato. L’analisi ha evidenziato una relazione a “U”: sia la carenza cronica di sonno sia un eccesso di riposo sembrano correlati a un peggioramento dei parametri metabolici. Questo dato rafforza l’idea che non sia solo la quantità assoluta di sonno a contare, ma anche la sua regolarità e distribuzione nel corso della settimana.







