Ormai lo chiamavano “il topo”, perché all’età di 86 anni era costretto a nascondersi sotto terra. Per Haj Sayyd Alì Khamenei è stato meglio essere disintegrato da un missile, per non fare la fine di Muhammar Gheddafi in Libia, linciato dalla folla. Non lo avevano mai amato, in Iran. Né il popolo né gli intellettuali, né il clero.

Si attendeva da ieri il discorso della Guida Suprema della Repubblica Islamica iraniana.

Almeno per smentire le voci sulla sua morte, rimbalzate da ieri mattina e debolmente smentite dal regime. Fino ad annullare, in serata, l’annunciato appuntamento tv. Poi la notizia sul recupero del cadavere, diffusa da The Times of Israel, e la fotografia spedita dal premier israeliano Benjamin Netanyahu al presidente americano Donald Trump hanno dato il colpo di grazia alla Repubblica islamica.

Salutava sempre con la mano sinistra. L’ayatollah era mancino suo malgrado da 45 anni e non per trasgredire alla tradizione islamica che prescrive l’utilizzo della mano destra per le azioni più nobili e dell’altra per le necessità. Sabato 27 giugno 1981, alla moschea di Abuzar a Teheran, un finto giornalista riesce a piazzare davanti all’hojatoleslam sciita un registratore esplosivo. Quando salta in aria, spunta il biglietto: «Un omaggio dal gruppo Forqan alla Repubblica Islamica».