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2 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 19:41
Esiste un malinteso alla base dell’uccisione della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei. Deriva dall’approssimazione con cui è stato descritto il sistema della Repubblica islamica nel tentativo di rimarcarne gli aspetti illiberali ed oscurantisti. A lungo è sembrata una questione semantica, che di volta in volta produceva definizioni binarie ed opposte barricate: l’Iran è una dittatura o no? E se è una dittatura, chi è il capo? Le risposte a queste domande hanno finito per generare approcci sempre più massimalisti e polarizzati, nonché, da ultimo, la decisione di assassinare Khamenei, nella convinzione americana che per far crollare un sistema si debba “decapitarlo”.
L’Iran, tuttavia, non è la Libia di Gheddafi, l’Iraq di Saddam Hussein, e neanche il Bahrein o l’Arabia Saudita: sistemi che con diverse matrici sono o erano costruiti su impalcature verticali, verticistiche, del tutto o in buona parte dipendenti dalla figura del leader o della famiglia regnante. Sebbene la semantica – la “Guida Suprema” – suggerisca il contrario, l’Iran dal 1979 non ha mai somigliato ad alcuno di questi sistemi: non perché sia più o meno democratico – di sicuro conta un maggior numero di organi elettivi, centri di potere, istituti repubblicani, una maggiore partecipazione al voto, una conflittualità politico-parlamentare del tutto assente nei sistemi citati – ma perché concepita in opposizione netta ad uno di essi (la monarchia dinastica dei Pahlavi) e costruita per sopravvivere alla morte di uno o più suoi leader, anche grazie all’alto grado di istituzionalizzazione ideologica e di decentramento, oltre che alla costante crescita dei Pasdaran stessi.














