Dividerle a metà o in quattro, scioglierle, triturarle, assumerle tutte contemporaneamente o in tempi diversi? Grandi o piccolissime, compresse, capsule, pasticche, il variopinto mondo dei farmaci finisce nell’imbuto delle domande in cerca di risposta. E peggio va per gli ospiti delle Rsa, le strutture abitate dagli anziani.
Indagine su Rsa
A dipanare la matassa la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg) che ha presentato a Napoli i risultati preliminari del primo studio su appropriatezza e rischi correlati ai regimi farmacologici e alla manipolazione della terapia orale. L’indagine, pubblicata su Aging Clinical and Experimental Research e condotta su 3.400 persone in 82 Rsa in collaborazione con la Fondazione Anaste-Humanitas (Associazione terza età), ha cercato di rispondere al quesito: intervenire su una forma farmaceutica è appropriato o potenzialmente dannoso per il paziente? Tra i primi dati balza agli occhi un elemento: il rischio di almeno un’interazione pericolosa è stata rilevata nel 42 per cento dei casi. E la più diffusa è quella tra gli psicofarmaci, perché può aumentare il pericolo di cadute e peggiorare uno stato cognitivo già compromesso.
Cattive abitudini: perché continuiamo a prendere farmaci anche quando non serve






