Fin qui la cronaca. Ma il punto politico emerge con forza se si mette a confronto questa vicenda con quanto accaduto nel 2020 per la nomina di Luca Forteleoni nel board della nuova Anac. Allora il Csm visse mesi di tensioni prima di concedere l’autorizzazione al magistrato sardo. Sei mesi di attesa, doppia spaccatura in Plenum, voto risicato e addirittura segretazione dei lavori per ragioni di «privacy di terzi». Una formula che alimentò più interrogativi che chiarimenti. Il motivo? Forse perché Forteleoni non era una toga di sinistra, essendo iscritto a Magistratura indipendente, la corrente moderata, oltre ad essere storicamente vicino a Cosimo Maria Ferri.

Fu scelto dal governo Conte per far parte del board dell’Autorità nazionale anticorruzione insieme al presidente Giuseppe Busia e agli altri consiglieri. Eppure, per il suo via libera, il Consiglio si divise due volte: prima sulla decisione di celebrare la seduta a porte chiuse, con 15 voti a favore della segretazione e 7 contrari, poi sull’autorizzazione vera e propria, arrivata consoli 10 sì contro 9 no e 3 astenuti. Numeriche raccontano uno scontro interno profondo. Tra i motivi di dubbio sollevati all’epoca vi era addirittura un contenzioso condominiale da parte del magistrato. Si parlò di opportunità e di tempistiche. Ma soprattutto colpì la scelta della seduta segreta per una nomina destinata a un’autorità che dovrebbe incarnare il principio della massima trasparenza. Una decisione che lasciò spazio a illazioni e che non contribuì certo a rasserenare il clima.