Da solo, a piedi scalzi, una camminata che riconcilia con la vita per le strade di Vila Cruzeiro, rumori e odori di favela abbracciati e accettati. L’Imperatore ha deposto le armi e va bene così. Non è una sconfitta, ma la sua vittoria dopo anni in cui il campo non era di erba ma di battaglia, quella dentro la sua testa: «Sono l’unico calciatore della storia che ha preferito essere felice piuttosto che essere il migliore. E non me ne pento».

È un consapevole, amaro ma finalmente sereno autoritratto che Adriano Leite Ribeiro consegna alle pagine della sua autobiografia La mia paura più grande. Gloria e dolori di un campione appena tradotta in italiano da Mondadori (pp. 536, euro 22). Un libro costellato di retroscena che oscillano tra il comico e il surreale, offrendo uno spaccato della vita fuori controllo di uno dei più grandi talenti sprecati del calcio, una superstar che pensava di aver tutto ma, dopo la morte dell’amato padre Almir, si è scoperto senza senso.

Le notti milanesi diventano un rifugio: il mega stipendio, le belle donne ovunque, i gioielli d’oro, Adri si trasforma in bancomat ambulante per ruffiani e finti amici, compra supercar senza saperle guidare, fa incetta di oggetti elettronici all’ultima moda e li semina per casa senza riuscire neanche ad accenderli. Il “Cockatil dell’Imperatore” è il suo solo compagno fedele: vodka e whisky per spegnere il rumore dei pensieri, niente sonno per non sognare («I sogni mi ricordavano chi ero stato e chi stavo diventando, e io non potevo sopportare il confronto»), depressione non curata, zero supporto psicologico.