La depressione, il malessere, la famiglia trascurata, il rischio protesi. Mattia Caldara è arrivato a un punto in cui è tutto troppo. E ha deciso di smettere. E lo fa con una commovente lettera di addio, dedicata al calcio. Inizia così: “Un foglio bianco, una penna. Chiudo gli occhi, butto fuori l’aria. Li riapro, è arrivato il momento - attacca l'ormai ex difensore - Caro calcio, io ti saluto. Ho deciso di smettere”.
Spiega di aver deciso con grande difficoltà, dopo una visita da uno specialista e decine di punture di testosterone. Il medico gli dice: “Non hai più la cartilagine della caviglia. Se continui dovremo metterti una protesi. Il mio corpo mi aveva tradito. Questa volta in modo definitivo”.
Racconta il periodo buio attraversato dopo l’infortunio al ginocchio e la paura di perdere tutto: “Il sogno si era trasformato in un’utopia. A volte il tentativo di raggiungere un’utopia può aiutare a camminare. Nel mio caso, invece, mi ha distrutto. Le aspettative mie e degli altri, sperare qualcosa di impossibile, frustrazione: era troppo per la mia testa, non ero pronto. Non sono stato bene. Non ero più me stesso, neanche con le persone che amavo. Tristezza, frustrazione, buio. Non so se si chiami depressione. So, però, cos’ho provato”.







