Cinquant’anni fa una vittoria da sogno al Foro italico, il 30 maggio 1976, in finale contro Guillermo Vilas. A cinquant’anni da quel trionfo, però, Adriano Panatta non è stato invitato da nessuno, né sono previsti omaggi dopo quel successo: “A Roma mancano due settimane, magari ci ripensano, facciano come gli pare”, ha raccontato in una intervista a La Repubblica.

Nella vita di tutti i giorni “faccio un sacco di sogni, talvolta legati al tennis — prosegue — ho un match importante, ma arrivo in ritardo. Oppure mi ritrovo che impugno una spazzola". Un’immagine che fa sorridere, ma che racconta anche il rapporto leggero, mai ossessivo, che ha sempre avuto con il tennis: "Però non ho mai rivissuto dei match giocati in carriera".

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Sul campo del Centrale, 50 anni fa, Panatta non ricorda i rumori “ma gli odori, lo spogliatoio, la terra rossa viva, che respira e profuma”. L’ultimo passaggio al Centrale non è stato dei più memorabili: "Una decina di anni fa — ricorda — lo stadio era deserto, erano andati tutti a mangiare. È stato abbastanza triste". Anche per questo, ammette: "Le ricorrenze mi mettono l’ansia”. Poi il confronto con il tennis di oggi, inevitabile ma mai nostalgico: "In campo si va ancora in mutande e con una racchetta in mano, ma oggi è tutto scientificamente studiato, programmato al computer — prosegue — È il mondo che cambia. Però che noia. Potrei impazzire”.