Dalla maison romana a Marras il riuso conquista le sfilate. Missoni e Etro in viaggio tra gli stili

di Serena Tibaldi

3 minuti di lettura

“Meno io, più noi” è scritto sulla passerella di Fendi. È il motto, ripreso da una copertina di d la Repubblica, che Maria Grazia Chiuri usa per sintetizzare il suo debutto alla guida creativa del marchio. Il richiamo è alle cinque sorelle Fendi, figlie della fondatrice Adele e artefici del boom del brand. Paola, Anna, Franca, Carla e Alda ripetevano come il marchio fosse la cosa più importante, anche più di loro. Per la stilista, che ha iniziato la carriera nella maison romana, quest’idea di comunità è stata il punto di partenza. Un altro, assai più delicato, è la pelliccia, uno dei simboli di Fendi. Tema rischioso oggi, che la designer — con intelligenza — trasforma in un esempio virtuoso di riutilizzo e durata. «Nel 1956, il marchio aveva presentato al Grand Hotel di Roma la “collezione dell’amore” costruita solo con rimanenze. E così abbiamo fatto noi», spiega Chiuri. «Tutto ciò che è in pelliccia, dai gilet nei parka ai pompon sulle scarpe, lo abbiamo realizzato con quello che c’era in magazzino. Fare con “quel che c’è” è un approccio da impresa familiare, vorrei portarlo su scala industriale. Non è facile, sono concetti opposti. Ma va fatto». La filosofia, che non ha comunque placato le proteste degli animalisti fuori dallo show, è un punto di vista valido.