Il Festival di Sanremo è una macchina complessa che viaggia sempre su due binari paralleli: da una parte la gara musicale, dall’altra l’inesauribile contorno di costume e polemiche. E anche in questa edizione 2026, condotta da Carlo Conti in un’anestetizzante modalità “velocizzata”, non si è fatta attendere la solita controversia mediatica. Il tema? I gioielli. O meglio, la loro ingombrante, costosissima e – secondo alcuni – troppo evidente riconoscibilità. Come sottolineato da Repubblica, tutto è iniziato ancor prima che si alzasse il sipario del Teatro Ariston, trasformando il tradizionale Green Carpet nel teatro della prima diatriba stagionale.
Il caso Sayf: 70mila euro di Tiffany e lo stereotipo del rapper
A innescare la miccia è stato Sayf. Il cantante si è presentato sul tappeto verde avvolto in un’abbondante pelliccia (curata dalla stylist Carlotta Aloisi), da cui facevano capolino pezzi di altissima gioielleria. Nello specifico: una collana, un bracciale e orecchini in oro giallo e diamanti, tutti inequivocabilmente appartenenti alla collezione Tiffany Titan firmata da Pharrell Williams per la celebre maison resa iconica da Audrey Hepburn.
Un rapido controllo sui prezzi ufficiali del brand restituisce cifre da capogiro: quasi 50.000 euro per la collana, 17.000 per il bracciale e 4.500 per gli orecchini. Un totale di oltre 71.000 euro addosso. Le critiche si sono mosse su due fronti. Il primo, di natura socio-culturale, ha riattivato il vecchio stereotipo del rapper che ostenta ricchezza attraverso pellicce e diamanti. Una lettura miope, che ignora come nella cultura hip hop – fin dai tempi di Tupac Shakur – l’esibizione del gioiello rappresenti una precisa narrazione identitaria, un simbolo di riscatto e di conquista sociale. Il secondo fronte, molto più spinoso per la Rai, riguarda l’annoso problema della pubblicità occulta. I pezzi di Sayf, seppur non “strillati” a voce, erano palesemente riconducibili a Tiffany. Prestito o acquisto personale? Nel mondo dello spettacolo la prima ipotesi è la prassi, ma il confine tra styling e sponsorizzazione indiretta è sottilissimo.














