L’Italia della ricerca clinica vive un paradosso. Terza o quarta potenza europea per numero di studi condotti, con centinaia di sperimentazioni ogni anno, ma diciottesima per finanziamenti pubblici alla ricerca. Si tratta di un vero e proprio gigante scientifico con piedi d’argilla, che rischia seriamente di perdere il treno dell’innovazione biomedica non per una reale mancanza di talento, quanto piuttosto per la difficoltà a trasformare il proprio capitale scientifico in un sistema “circolare” capace di autoalimentarsi e crescere.
Un sistema paludato in un ginepraio legislativo ancora troppo frammentato e farraginoso, cui finalmente stiamo cominciando a mettere le mani per renderlo più agile e al passo con i tempi. Questo concetto di “ricerca circolare”, che viene mutuato direttamente dall’economia circolare, rappresenta un modello ideale in cui il valore generato dalla sperimentazione clinica - in termini di preziose conoscenze, di risorse economiche, di competenze dei ricercatori e, ovviamente, di benefici per i pazienti - viene sistematicamente reinvestito nel sistema stesso, andando così a creare un circolo virtuoso di innovazione continua. E questa è una delle cose che ancora manca al nostro Paese, come ci ha confermato Guido Rasi, ex direttore dell’Agenzia europea per il farmaco (Ema), professore onorario all’Università Tor Vergata di Roma e consigliere del Ministro della Salute: “La ricerca ha un valore economico e strategico senza pari, e deve poter reinvestire in sé stessa tramite meccanismi di premialità che ancora non sono in piedi”.






