ll Pinot Nero è forse l’unico vitigno che non ama comandare: ascolta. Assorbe. Si lascia scrivere dal luogo con una docilità che non è debolezza, ma intelligenza agronomica. In una degustazione tematica, tutta a fermentazioni spontanee, la sensazione più nitida non è stata la varietà, bensì la sua metamorfosi: stesso nome, sei identità, sei territori che parlano attraverso una pelle sottile, nervosa, incredibilmente permeabile. Dalla sabbia vulcanica d’alta quota dell’Etna alle brezze asciutte della Patagonia, passando per la filigrana borgognona e la tensione mitteleuropea, il Pinot non si è mai imposto. Si è adattato. Traduttore più che autore.

Le Marche in un calice di Verdicchio: il sapore dei castelli di Jesi

L’assaggio

Bella la degustazione effettuata nel corso di Slow Wine Fair a Bologna con pinot Nero provenienti da molte parti del mondo.

Il caso più spiazzante, forse, arriva dalla Sicilia etnea: Calabretta, Terre Siciliane Pinot Nero 2020, oltre i mille metri, su sabbie vulcaniche e sassi, con biodiversità clonale cercata quasi da matematico più che da vignaiolo. Colore classico ma naso vegetale, floreale, con carruba, cacao, cenni terrosi e animali; bocca fluida, scattante, croccante, lunga, più da infusione di erbe e tè che da rosso mediterraneo. Qui il Pinot non diventa caldo: diventa vulcanico, nervoso, credibile. È l’altitudine che detta il ritmo, non la latitudine. In Toscana, con Massavecchia Aiavecchia 2022, macerazioni con raspi in tini di pietra, niente legno, niente solforosa, il vitigno cambia ancora registro: rubino appena granato, naso di erbe officinali e fiori secchi, bocca larga ma salina, piccante, succosa, con un finale lungo e completo. Non è un Pinot imitativo, ma territoriale: più macchia che sottobosco, più energia che eleganza scolastica.