Per anni sono rimasti ai margini, confinati in vecchi vigneti o custoditi nella memoria di pochi vignaioli. Oggi, però, i cosiddetti vitigni “dimenticati” stanno tornando al centro della scena. Non è una moda passeggera, ma un fenomeno che racconta molto del presente e, soprattutto, del futuro del vino europeo. In Italia, questo movimento ha assunto un valore quasi identitario. Il recupero di varietà autoctone abbandonate, dal Foglia Tonda in Toscana al Susumaniello in Puglia, dal Timorasso in Piemonte al Maturano nel Lazio, rappresenta un vero e proprio atto culturale oltre che agricolo. Si tratta di salvare un patrimonio genetico unico al mondo, ma anche di riscoprire vini capaci di raccontare il territorio in modo autentico.

Vino, perché il biologico non basta più: la svolta sostenibile del vigneto italiano

23 Febbraio 2026

L’Italia, più di altri Paesi, può contare su una biodiversità ampelografica straordinaria. Accanto ai nomi più noti, esiste un universo di vitigni minori che per decenni sono stati trascurati: il Centesimino in Emilia-Romagna, l’Oseleta in Veneto, la Recantina sul Montello, il Petit Rouge in Valle d’Aosta. Tra i bianchi, il Timorasso è oggi il caso più emblematico di rinascita, ma anche varietà come Nascetta, Durella o Pampanaro stanno vivendo una nuova attenzione. Non si tratta solo di recuperi nostalgici. Molti di questi vitigni offrono caratteristiche enologiche distintive: acidità marcata, profili aromatici originali, capacità di invecchiamento. Elementi che li rendono particolarmente interessanti in un contesto in cui il mercato cerca sempre più vini identitari e non standardizzati.