Non è solo Amarone. O almeno, non lo è più. La Valpolicella che guarda avanti lo fa partendo da una consapevolezza diversa: il suo futuro non sta in un singolo vino simbolo, ma in un sistema articolato di pratiche, tempi e rituali che si tengono insieme, si fondono e si alleano in un racconto armonioso. È questo la tesi portata avanti da JC Viens, wine expert di fama internazionale adottato da Verona, ambasciatore del vino italiano, all’interno di Amarone Opera Prima: un viaggio nella Valpolicella come ecosistema culturale prima ancora che denominazione. Al suo fianco a presentare l’evento, Christian Marchesini, presidente del Consorzio della Valpolicella che organizza l’evento e che da anni sta lavorando per riscrivere il futuro della denominazione.

JC Viens e Christian Marchesini, presidente del Consorzio della Valpolicella

“Per affrontare il futuro bisogna tornare a visitare le tradizioni”, ha spiegato Viens. Studiando testi d’archivio, documenti del Novecento e fonti medievali, l’esperto è arrivato a un punto fermo: la Valpolicella è sempre stata un territorio di attesa, precisione e intenzionalità. E l’appassimento – in attesa del via libera alla candidatura Unesco – non è una tecnica, ma un gesto rituale; il vino a sua volta non deve essere più visto come espressione di forza, ma come costruzione lenta. Oggi, dopo anni in cui l’Amarone è stato percepito come vino “muscoloso” e potente, la regione sembra aver raggiunto una nuova maturità: “Non è più un vino solo o uno stile a definire la Valpolicella, ma l’insieme dei suoi rituali agricoli, stagionali e culturali”.