Davanti ad un bicchiere di vino toscano, le aspettative del consumatore medio sono quelle che sia rosso e che l’uva sia Sangiovese. E in effetti potrebbe bastare: è storia, è radice, è abitudine. Però è anche un modo limitato per non guardare altrove. Perché appena ti sposti di lato, appena esci dal racconto principale, la Toscana cambia voce. Una Toscana vinicola che non ti viene incontro: sei tu che devi andarle dietro, perderci un po’ di tempo, magari anche sbagliare strada. Si comincia dal mare, ma non per fare scena. Capraia, Giglio, Elba: isole che non fanno sconti. Qui la vite non cresce comoda, si aggrappa. Terra poca, vento tanto, sole che picchia senza chiedere permesso. È viticoltura che somiglia più a una prova di resistenza che a un mestiere. E infatti c’è qualcosa di ostinato in questi vini.

L’Ansonica è l’uva protagonista, che ha il passo antico di chi esiste da tempo : prende tutto dai suoli e dal clima e poi nel bicchiere restituisce una materia larga, salata, quasi tattile. Non è un vino accomodante, non ti viene incontro per piacere, va scoperto grazie a colori ambrati e bocca sapida. Il vermentino, sulle isole, cambia pelle rispetto alla costa: più nervoso, più scattante, con quella tensione che sembra arrivare dal vento stesso. Profuma di macchia, di scorza, di elementi floreali, e ha dentro un’idea gioiosa di beve che crea soddisfazione. Non è solo questione di vitigni. È proprio il gesto di come si ottiene il vino che fa la differenza: vigne basse, terra magra, lavori fatti quando si può e come si può. Qui la parola “eroica” non è una medaglia, è una condizione. Ogni grappolo ha dietro un pezzo di fatica vera e lo dimostra.