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23 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 13:12

Anni di decimi e undicesimi posti, campionati già finiti a febbraio, forse mai iniziati. Senza particolari sogni e paure, infamia oppure lode. Quello che gli hanno sempre rinfacciato i tifosi granata, che chiedevano soltanto un brivido. Sono stati accontanti, purtroppo: finalmente Urbano Cairo ha portato il suo Torino oltre la mediocrità. Il campionato dei granata – che cominciano addirittura a vedere i fantasmi della Serie B – è la dimostrazione che si può sempre fare peggio, e che l’assenza totale di ambizione alla lunga può diventare pericolosa. Più volte abbiamo raccontato questo grigio limbo in cui è sprofondato il Toro nella gestione Cairo: troppo forte per la retrocessione, non abbastanza per puntare alle coppe. Nella lotta salvezza non si ritrovava mai invischiata, più per demerito altrui che proprio (anche nel 2020 e 2021 – rispettivamente 16° e 17° – la salvezza fu raggiunta con abbondante anticipo), mentre l’Europa è sempre rimasta irraggiungibile.

Intendiamoci: in questa Serie A non è semplice competere ad alti livelli. Ci sono quattro squadre completamente fuori portata per tutte le altre (le solite Inter, Milan, Juventus, e in parte il Napoli), seguite dalla Roma che ha una proprietà con disponibilità importanti. Ma anche Atalanta, Lazio e Fiorentina viaggiano su valori differenti. Teoricamente, la corsa ai primi sei-sette posti è chiusa in partenza ogni anno. Poi per fortuna il calcio non è una scienza esatta, come dimostrano gli esempi virtuosi della stessa Atalanta (che ormai ha numeri da big, ma soltanto dopo anni di presenze nelle coppe che hanno ampliato il bilancio), del Bologna, e adesso anche del Como (seppur in quest’ultimo caso con un investimento economico massiccio). Per inserirsi ai piani alti ci vogliono ambizione e grande capacità di scouting. Qui subentrano le responsabilità di Cairo, perché evidentemente al patron-editore è mancata sia l’una che l’altra.