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"Sbloccatelo o non votiamo". Ma l'impianto è danneggiato
Il nome significa "amicizia", ma oggi l'oleodotto Druzhba è tutto fuorché un simbolo di concordia. È diventato la linea di frattura più sensibile dell'Europa centro-orientale: un'infrastruttura sovietica che attraversa l'Ucraina e pompa greggio russo verso Ungheria e Slovacchia, due Paesi che, nonostante la guerra, restano fortemente dipendenti dall'energia di Mosca. Il 27 gennaio, una serie di attacchi russi contro infrastrutture energetiche ucraine ha colpito anche una stazione di pompaggio nella regione di Leopoli. Il flusso verso Budapest e Bratislava si è interrotto. Kiev parla di danni tecnici conseguenti ai bombardamenti. Ungheria e Slovacchia denunciano invece un blocco deliberato. È su questa divergenza che si è innescato un cortocircuito politico destinato a riverberarsi su tutta l'Unione. Bruxelles si prepara infatti ad adottare il 20º pacchetto di sanzioni contro Mosca e a finalizzare un prestito da 90 miliardi di euro a sostegno dell'Ucraina, concordato politicamente a dicembre. Ma per attivarli serve l'unanimità. Ed è qui che il dossier energetico diventa leva negoziale.











