C'è qualcosa di magnetico quando si parla di finale olimpica tra Stati Uniti e Canada. Un capitolo nuovo di una storia infinita, perché oggi pomeriggio sul ghiaccio di Santa Giulia si ritrovano due nazioni che dell'hockey hanno fatto una religione civile. Il Canada, patria di questo sport, è il Paese dove il bastone è un'estensione naturale del corpo, gli Stati Uniti sono invece capaci di trasformare ogni rivalità in una questione identitaria.

Quando la maglia a stelle e strisce incrocia quella con la foglia rossa, il passato entra in pista insieme ai giocatori. Da un lato Connor McDavid, Nathan MacKinnon e Macklion Celebrini, dall'altro Auston Matthews, Quinn Hughes e Brady Tkachuk, in una sfida che travalica lo sport, caricandosi anche delle tensioni politiche che attraversano oggi il Nord America: rapporti commerciali complessi, divergenze strategiche, clima internazionale segnato da polarizzazioni e competizioni geopolitiche. Sul ghiaccio non si discutono dazi o alleanze, ma l'atmosfera inevitabilmente si impregna di quel contesto. Le bandiere sventolano tese, gli inni suonano in modo più solenne.

Basta tornare a un anno esatto fa, il 21 febbraio 2025, finale del torneo 4 Nations: arrivarono fischi all'inno Usa, risse in stile Nhl e il tweet fissato nel profilo dell'ex premier Justin Trudeau («Non potete prendervi il nostro Paese e non potete prendervi il nostro gioco»), in risposta alle parole del presidente americano Donald Trump, che aveva definito il Canada il «51° Stato».