È uno di quei momenti che chiama a raccolta tutti. Ché di fronte a un bimbo così piccino, appena due anni e mezzo, in bilico tra la vita e la morte, coi tubicini dell’Ecmo che gli permettono di respirare, senza più (almeno per ora) la prospettiva di un futuro davanti, per lui, scricciolo, che ha un’età che si conta ancora in mesi, non si può guardare dall’altra parte.

Che colpa ne ha, questo bambino che ha ricevuto per sbaglio un cuore “bruciato”, che doveva tornare alla vita e invece s’è ritrovato in mezzo a un incubo, che è così innocente, così fragile?

La vicenda del trapianto all’ospedale Monaldi di Napoli, a noi di Libero, ha colpito parecchio. Non perché sia straziante (lo è), non perché sia indecente (è anche questo), ma perché inchioda chiunque a un moto di “responsabilità” collettiva. Di fronte al caso, di fronte al destino beffardo e pure un po’ bastardo, di fronte agli errori che sono stati commessi (e sui quali - giustamente - la magistratura vuole vederci chiaro), che cosa possiamo fare? Come possiamo opporci, in che modo possiamo (se possiamo) regalare un attimo di sollievo a mamma Patrizia che è stata e continua a essere un esempio di coraggio e di dignità? Questo non è il frangente dei finti moralismi, del dolore anticipato, dell’ottimismo scriteriato, della corsa ai commenti sul fatto di cronaca del giorno, strazio da una parte ma indignazione dall’altra, e poi tanti saluti e arrivederci. Questa è l’ora di essere pratici, concreti. Non sappiamo, nessuno lo sa, come si evolverà la faccenda.