«Non voglio che lo stesso medico operi mio figlio, non mi fido più. Sempre che si possa ancora operare. Non sono serena all’idea che siano gli stessi camici bianchi a rimettere le mani sul mio bambino dopo quello che è accaduto». Mamma Patrizia è stanca, provata, non si dà pace per ciò che è successo al Monaldi di Napoli, per le negligenze compiute dai dottori. Da quasi due mesi vive tra le pareti della terapia intensiva dell’ospedale, dove suo figlio, due anni e mezzo, lotta attaccato all’Ecmo, un macchinario che supplisce a un cuore andato perduto. Un organo arrivato compromesso, bruciato dal ghiaccio secco durante il trasporto, e nessuno - dice - se ne sarebbe accorto in tempo. Oggi, però, è arrivata la notizia che cambia ancora lo scenario: il Bambino Gesù di Roma, coinvolto per un consulto dalla famiglia, avrebbe espresso forti perplessità su un nuovo intervento. L’avvocato della mamma, Francesco Petruzzi, fa sapere che gli specialisti del centro romano, «allo stato attuale, non possono operare il piccolo». Una valutazione che pesa, perché arriva dopo giorni in cui si era tornati a sperare. Il bambino è formalmente al primo posto nella lista nazionale e internazionale per il suo gruppo sanguigno. Ma un cuore compatibile non basta: servono condizioni cliniche che consentano di affrontare un’altra sala operatoria.
Bimbo col cuore bruciato, cosa si può fare ancora? L'intervento del Bambino Gesù e l'ipotesi del nuovo chirurgo
«Non voglio che lo stesso medico operi mio figlio, non mi fido più. Sempre che si possa ancora operare. Non sono serena all’idea che siano gli stessi camici bianchi a rimettere...











