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Ultimo aggiornamento: 11:27

di Massimiliano Di Fede

C’era una volta lo sport. A San Siro è andato in scena il “metodo Bastoni”: l’inganno elevato a sistema, la simulazione celebrata come un trofeo. L’episodio del 14 febbraio tra Inter e Juventus non è solo un errore arbitrale, ma lo specchio deformante di un calcio italiano che ha smesso di educare per iniziare a giustificare l’illecito sportivo.

La serata di Pierre Kalulu è stata un calvario scritto a tavolino dai suoi avversari. Prima il “tuffo” di Nicolò Barella, una simulazione tanto plateale quanto efficace nel condizionare la gara con un giallo ingiusto. Poi, il capolavoro del cinismo: Alessandro Bastoni che stramazza al suolo senza contatto, inducendo l’arbitro all’espulsione del francese. Ma il vero abisso etico si è toccato dopo: Bastoni non solo ha esultato in faccia al direttore di gara per averlo raggirato, ma in conferenza stampa ha candidamente ammesso che “lo fanno tutti”. Una frase che pesa come un macigno, perché trasforma il dolo in consuetudine. Se “lo fanno tutti”, allora la regola non esiste più; esiste solo la capacità di non farsi scoprire.