«Non basta semplicemente investire per realizzare nuovi uliveti in Italia. Occorre farlo senza pregiudizi verso soluzioni sia varietali che tecnologiche che possano rinnovare e rilanciare l’olivicoltura italiana». Ne è convinto Zefferino Monini tra i leader italiani dell’extravergine e alla guida di azienda da 257 milioni di fatturato, 23 milioni di litri di extravergine venduti. Secondo l’imprenditore umbro l’Italia ha un forte bisogno di rilanciare la propria olivicoltura e deve farlo senza preclusioni.

L’obiettivo è ridurre i costi

«Negli anni ci siamo spesso intestarditi – dice Monini – nella difesa di un’olivicoltura, quella tradizionale italiana, che spesso non è più sostenibile. L’olivicoltura tradizionale richiede elevati costi di manodopera sia per le operazioni di raccolta che, soprattutto, per la potatura. Spesso occorre formare il personale perché con una potatura fatta male si può rovinare la pianta. Adesso molte di queste operazioni sono meccanizzabili. Ma l’uliveto va ripensato ex novo».

Ricorrere alla meccanizzazione

All’inizio degli anni Duemila Zefferino Monini si recò in Australia a impiantare 300 ettari di uliveto con varietà italiane con l’obiettivo di sperimentare alternative produttive utilizzabili poi in Italia. «Sul fronte della raccolta delle olive – ricorda – trovammo una soluzione adattando gli scuotitori realizzati in California per la raccolta delle prugne. Furono necessarie delle modifiche per evitare che danneggiassero i tronchi degli alberi. Soluzioni che oggi sono adottate nei nuovi impianti in Italia».