L’olio d’oliva non è mai stato così buono, grazie a una tecnologia permette un’estrazione praticamente senza difetti, eppure l’Italia - culla oleicola e patria di oltre 530 cultivar, oltre che di una cinquantina di Ig – rischia di rimanere indietro. Non certo in termini di qualità, perché le eccellenze sono davvero straordinarie, ma la produzione è in contrazione tra difficoltà climatiche e scarsa propensione alla programmazione.
«Apripista nel passato, l’Italia sta arretrando pesantemente», osserva Luigi Caricato, direttore di Olio Officina Festival, think tank sull’oro verde che torna a Milano dal 22 al 24 gennaio. «Non piantiamo più olivi e abbandoniamo gli oliveti esistenti – chiosa infatti l’esperto – un paradosso enorme, se pensiamo che in Cina e Giappone, dove l’olivo non era conosciuto, stanno investendo massicciamente sullo sviluppo della produzione. A Olio Officina quest’anno ospitiamo pure un inglese che ha piantato 20mila olivi a Spalding. Insomma, tutti vogliono olivi nel mondo e noi freniamo».
Piano olivicolo in ritardo
È pur vero che la campagna 2025/26 ha visto un parziale riallineamento, con un incremento stimato del 21% rispetto all’annata precedente - circa 300mila tonnellate di olio rispetto al 2024/25, che non aveva raggiunto quota 250mila tonnellate (Osservatorio Veronafiere-SOL Expo su dati Sian). E le giacenze nazionali a fine 2025 segnavano un +38% su fine 2024 (report Masaf), con un traino del sud mentre centro e nord mostrano cali significativi.







