Gian Gaetano Bellavia dice di non capire quale sia il reato per il quale è finito sotto indagine a Milano. Ed è strano per uno che ha rapporti con una ventina di procure italiane e collabora da anni con Report, trasmissione d’inchiesta di Rai3, condotta da Sigfrido Ranucci, il re dei segugi dell’informazione pubblica che sforna scoop ed esclusive da fare invidia a Woodword e Bernstein, ma non ha ancora scoperto alcuno scandalo Watergate, casomai le chat di Maria Rosaria Boccia. «Violazione della privacy? Detta così è molto vaga, non so cosa dire», ha risposto Bellavia ieri all’Agi che gli chiedeva un commento, «non è un reato, ci vuole un articolo del codice penale per capire qual è l’indagine. Trattamento illecito dei dati? Non è tecnicamente possibile». Strano che Bellavia non sappia.
Forse dovrebbe farsi spiegare di che reato si tratta dagli amici del Fatto quotidiano, al quale Report spesso consegna le anticipazioni delle sue puntate. Al giornale di Travaglio, peraltro, il consulente di Ranucci il 3 gennaio ha rilasciato un’intervista che si è rivelata poi un boomerang perché oltre ad accusare la sua ex collaboratrice di studio, Valentina Varisco, di furto di dati sensibili dal proprio archivio, ometteva di rivelare l’esistenza di un documento di 36 pagine, ribattezzato “papello”, con i nomi di 104 vip tra politici, imprenditori, magistrati. «Se esiste, quel documento non proviene da me o dal nostro studio», è stata la prima dichiarazione di Bellavia. Salvo poi ammettere, una settimana dopo, che sì, quel “papello” fantasma, senza timbro eppure finito agli atti di una delle inchieste più delicate degli ultimi anni, era farina del suo sacco.










