Alexei Navalny, il principale oppositore del presidente russo Vladimir Putin, morto in carcere nel 2024, sarebbe stato avvelenato con epibatidina, “una tossina letale” ricavata da alcuni anfibi sudamericani noti come dendrobatidi, o rane freccia. A renderlo pubblico nel corso della Conferenza di Sicurezza di Monaco è stata Yvette Cooper, ministra degli Esteri del Regno Unito, in una dichiarazione congiunta stilata dal suo governo e da quelli di Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi.
“La Russia ha affermato che Navalny è morto per cause naturali. Tuttavia, data la tossicità dell’epibatidina e i sintomi riportati, è molto probabile che l’avvelenamento sia stato la causa della sua morte. Navalny è deceduto mentre si trovava in carcere, il che significa che la Russia aveva i mezzi, il movente e l’opportunità per somministrargli questo veleno”, si legge nel documento.
Come prevedibile, il Cremlino ha prontamente respinto l’accusa parlando di una campagna di delegittimazione, mentre il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sottolineato che gli Stati Uniti non hanno motivo di mettere in dubbio il rapporto.
La dichiarazione congiunta si basa sui risultati di un’analisi tossicologica condotta su campioni prelevati dal corpo dell’attivista politico. “Utilizzando questo tipo di veleno, lo Stato russo ha dato prova degli strumenti spregevoli di cui dispone e della paura soverchiante che nutre nei confronti dell’opposizione politica”, ha affermato Cooper. Nel fine settimana, la ministra britannica e i suoi omologhi degli altri paesi firmatari hanno incontrato la vedova di Navalny, Yulia Navalnaya.










