Per chi non ha ben chiaro come funzioni il sistema giudiziario italiano, e quindi è indeciso su come votare al referendum, mi permetto di raccontare la mia vicenda processuale. Può essere d’aiuto.
Nel 2008, a 37 anni, venni nominato dall’allora sindaco di Parma Pietro Vignali, eletto da pochi mesi, dirigente esterno del Comune. Mi furono affidate tre deleghe importanti: polizia municipale, sicurezza urbana, protezione civile. In quel momento Parma era l’unico capoluogo di provincia dell’Emilia-Romagna guidato da un’amministrazione di centrodestra. Una «anomalia» che non passò inosservata. Sarà stato un caso, certo. Ma proprio allora i pm di Parma, quelli che prima del crack Parmalat non si erano mai accorti dei bilanci truccati, forse perché troppo impegnati a salire e scendere dal Cessna di Callisto Tanzi per seguire da vicino i trionfi calcistici di Buffon e Cannavaro in giro per l’Europa, scatenarono contro la nuova amministrazione una offensiva giudiziaria senza precedenti. Uno dopo l’altro finirono tutti nel registro degli indagati: sindaco, assessori, direttore generale, segretario generale, dirigenti, interi Cda di società partecipate. I reati contestati coprivano l’intero catalogo di quelli contro la Pubblica Amministrazione: peculato, corruzione, falso. E naturalmente abuso d’ufficio. Su qualunque iniziativa si apriva un procedimento penale. Dalla realizzazione di una strada all’acquisto di un pulmino. Un’attività investigativa che non trovava riscontro negli altri enti locali della Regione, quasi tutti a guida Pd. Dove, evidentemente, la correttezza amministrativa non può mai essere messa in discussione.









