La campagna per il Sì la stanno facendo i tribunali. Nel giro di 72 ore abbiamo visto un immigrato irregolare con 23 condanne graziato da un magistrato; ieri un’altra toga illuminata ha deciso che la capitana Carola Rackete e il bastimento della Seawatch devono essere risarciti per la modica cifra di 76mila euro perché il fermo a quanto pare era illegittimo. Sono decisioni che si commentano da sole, sono contro il buon senso, sono l’esatto contrario dell’idea di giustizia, sono il migliore argomento del Centrodestra per invitare gli italiani ad andare a votare Sì. La vera separazione non è solo quella delle carriere, è anche quella tra la ragione e la follia. La cronaca racconta non la storia delle guardie che inseguono i ladri, ma dei magistrati che inseguono le guardie e liberano i ladri.
Quando si piegano le norme all’ideologia, alla fine saltano fuori dei mostri. Il presidente Sergio Mattarella ha giustamente richiamato tutti a un dibattito che rispetti le istituzioni, ma come in ogni guerra bisogna chiedersi chi è l’aggredito e chi l’aggressore. Il Parlamento, la maggioranza democraticamente eletta, ha il diritto di presentare le sue riforme, ma questo non autorizza l’assalto dell’opposizione con argomenti che vanno oltre il codice penale. Il ministro Nordio può anche aver ecceduto con il pepe nelle sue dichiarazioni, ma le sue parole sono niente rispetto al veleno del procuratore Nicola Gratteri contro chi vota sì, equiparato a un delinquente.













