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Ultimo aggiornamento: 16:02
“Una riforma radicale della giustizia dovrebbe essere adottata, ma io voterò No a questo referendum e alle modifiche costituzionali proposte. Lo considero un ‘colpo di mano’ politico che stravolge i principi costituzionali della Repubblica e indebolisce l’ordine giudiziario nel suo insieme e ne compromette l’autonomia e l’indipendenza”. Chi parla è Giuseppe Melzi, uno degli avvocati più noti di Milano, noto per aver difeso negli anni Settanta i piccoli risparmiatori vittime del crac della Banca privata italiana di Michele Sindona, fondatore della Casa della Carità di don Virginio Colmegna, amico di padre David Turoldo, promotore nel settembre del 2023 di un convegno su don Milani, al quale parteciparono, tra gli altri, Gad Lerner, Piercamillo Davigo, il frate Ermes Ronchi, insomma una figura di spicco del cattolicesimo milanese progressista.
La sua dichiarazione di voto per il No non stride, appare scontata, se non fosse che Melzi è stato protagonista – suo malgrado – di una storia che in qualche appuntamento dei sostenitori del Sì – e non solo – sarebbe il prototipo della storia di “malagiustizia”. “Si è trattato di un devastante procedimento durato 12 anni – racconta Melzi – 9 mesi di perdita della libertà, 3 anni e mezzo di sospensione professionale. Riciclaggio e agevolazione mafiosa le imputazioni, quale “regista” di una cosca mafiosa (Ferrazzo) inesistente, inventata. Tutto falso. Tutto archiviato. Un’archiviazione che non mi è stata neppure notificata, sono venuto a saperla per caso”. Quando Melzi venne arrestato, il 1 febbraio del 2008, il Corriere della Sera titolò: “Il legale anti Sindona in affari con i boss”. Suo grande accusatore: Mario Venditti, il magistrato che scagionò Sempio (per due volte) per il delitto di Garlasco, attualmente sotto indagine con l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. “In un interrogatorio, in un momento in cui eravamo soli, il mio avvocato Giuliano Pisapia si era momentaneamente allontanato, mi mostrò una chiave e mi disse: o lei parla o io butto via la chiave”, ricorda Melzi. La storia del procedimento è stata molto intricata, anche con trasferimenti di competenze tra tribunali. Il risultato finale è che dopo 12 anni dall’arresto (che fece molto scalpore, anche mediatio) è finito tutto in un’archiviazione. “Una vita rovinata: il ruolo di avvocato identificato con quello di sette indagati, anch’essi innocenti”, sottolinea con amarezza l’avvocato.






