Calma,tranquilli, amici e signori benemeriti del sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura. Le notizie, voci e quant’altro della “rimonta” del no, vantata per esempio dal capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri, che pensa addirittura di avervi personalmente contribuito, sono alquanto esagerate. Mi sembra eccessivo anche l’allarme di quanti, temendo magari la sola prospettiva accreditata da Nando Pagnoncelli, sul Corriere della Sera, di una tenuta di misura del sì solo nel caso in cui l’affluenza alle urne dovesse essere “almeno” del 46 per cento, si dolgono un po’ dei troppi impegni internazionali della premier Giorgia Meloni.
E le chiedono, o intimano, di rimediare in fretta con una partecipazione “pancia a terra”, come si dice comunemente, alla campagna referendaria. Qualcuno spingendosi persino a indicarle come esempio il Bettino Craxi del 1985, che da presidente del Consiglio vinse il referendum sui tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari minacciando le dimissioni in caso di sconfitta. Ma quelli erano altri tempi, altre circostanze. Bettino fece quella minaccia, a ridosso del voto, dopo che gli avevo personalmente riferito di un mio colloquio col segretario della Dc Ciriaco De Mita, alla Camera, che scommetteva sulla sua sconfitta per liberarsene rimanendo nell’ombra. Qui non c’è nessuno che nella maggioranza, neppure il “cabarettista” generale Vannacci, come lo chiama Mario Sechi, non veda l’ora di liberarsi della Meloni. Quello inoltre era un referendum abrogativo, senza il cosiddetto quorum di partecipazione, questo un referendum confermativo, senza quorum. E di uno analogo nel 2016 affrontato dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi alla maniera di Craxi, diciamo così, l’esito fu catastrofico, o quasi, avendo quel premier sottovalutato le ostilità nel suo stesso partito, già allora Pd, che fu spaccato da Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e compagni pur di far prevalere il no.








