Ogni giorno che passa il clima sul referendum della giustizia si fa sempre più incandescente. Chi dovrebbe gettare acqua sul fuoco, lo aizza. Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, quello di «le persone perbene votano No, gli indagati, la ‘ndrangheta e la massoneria deviata votano Sì», ieri ha rilasciato un’altra intervista bombastica. «Attendo ancora la denuncia di Matteo Salvini per quello che ho detto, dovrebbe arrivarmi a giorni. Il ministro Carlo Nordio, che ha detto che i magistrati dovrebbero sottoporsi a periodici test psicologici, apra un’istruttoria per verificare se sono pazzo.
E attendo il procedimento disciplinare annunciato dai rappresentanti di Forza Italia nel Consiglio Superiore della Magistratura, così da difendermi». Queste le sfide lanciate dalla toga, sempre più mediatica, che è diventata un po’ il simbolo della battaglia contro la riforma varata dal governo.
Ma la notizia del giorno arriva dal tribunale di Reggio Calabria, città dove peraltro Gratteri ha lavorato a lungo e intensamente prima di trasferirsi nel capoluogo campano. Nei corridoi del palazzo di giustizia sono comparsi sei cartelli giganti che, davanti all’ingresso delle aule dove si tengono le udienze, illustrano le ragioni del comitato del No al referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. Un episodio che tradisce una certa visione proprietaria delle strutture dei tribunali da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati, malgrado peraltro non tutte le toghe siano contrarie alla legge del governo. Non c’è però da stupirsi troppo.








