Era CioccolaTò 2026, ma pareva il Cinquecento. Perché Marino Niola – che insegna antropologia dei simboli e altre cose serissime all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli – ha preso una tazza immaginaria e ci ha fatto dentro mezzo mondo. O forse due. «Il cibo non è mai solo cibo», ha detto quasi all’inizio. E già si capiva che non sarebbe stata una semplice conferenza.Succede al Museo della Sindone, che già di suo invita a pensieri solenni. E invece, alle cinque e mezza del pomeriggio, tra una poltroncina e un colpo di tosse, si materializzano galeoni, serpenti piumati, cardinali puntigliosi e duchesse golose. Altro che conferenza: una traversata atlantica senza muoversi da via San Domenico.
L’inizio
Niola comincia da lontano. Molto lontano. Non dal Mesoamerica come studiato a scuola, ma addirittura dall’Amazzonia, cinquemila anni prima di Cristo. Lì, tra foreste umide e ceramiche antiche, spuntano – secondo le ultime scoperte di un’archeologia golosa – le prime tracce di cacao. «Altro che bevanda esotica – sorride – siamo davanti a una pianta antichissima». Non un semplice frutto: un affare serio. Gli Aztechi lo considerano un dono di Quetzalcoatl, e quando un dio ti regala qualcosa, non è educato trattarlo come una merendina.Le fave valgono come monete e diventano tali. Si pagano merci, si regolano debiti.









