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Ultimo aggiornamento: 7:48
La realtà quotidiana è angosciante: guerre, genocidi, crisi climatiche, ingiustizie sociali o derive autoritarie con letali repressioni, e crimini efferati si accumulano nelle cronache. Abbiamo davvero bisogno di film che ci facciano rivivere queste angosce?
Io non ne sento il bisogno, mi basta guardare i notiziari. Mi piace il cinema che riflette le paure del mondo, ma se non indica vie di reazione o cambiamento concreto rischia di trasferire al pubblico impotenza e rassegnazione. Ecco perché mi sono sentito a disagio dopo aver visto film come The Animal Kingdom o Marty Supreme: ci mostrano conflitti forti ma spesso privi di un vero “percorso di azione”; raccontano crisi senza suggerire come affrontarla o trasformarla in responsabilità civica o anche solo personale.
Altre opere cinematografiche hanno approcci narrativi diversi, pur soffermandosi su narrazioni disturbanti. Ne L’invasione degli ultracorpi la minaccia non è semplicemente l’alieno, ma la passività collettiva: i cittadini che non credono a chi denuncia la sostituzione di umanità con copie senz’anima finiscono per sostenere chi reprime, un po’ come gli elettori di Trump. È una metafora potente della perdita di identità e responsabilità civica. Allo stesso modo Norimberga, basato sul processo ai criminali nazisti, è soprattutto un monito su come scelte politiche apparentemente legittime possano produrre strumenti di repressione dei diritti umani, e su come chi lancia l’allarme venga spesso ignorato fino a quando il problema non è già grave.






