Dipendesse dalla sinistra, con un tocco di bacchetta magica con la stella rossa tornerebbe indietro nel tempo per cancellare il problema. Ma mica al periodo 1943-1945, quando si consumò la tragedia delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’altra sponda dell’Adriatico, magari per impedirlo; macché, basta riavvolgere il nastro a qualche decennio fa, quando sui dizionari la parola significava solo inghiottitoio carsico senza alcuna spiegazione storica e sui libri di storia non appariva neppure.

Omettere, rimuovere e negare, erano le parole d’ordine del verbo comunista che di fronte alla responsabilità politica e morale di quell’orrore, ha mantenuto la rotta cambiando vocabolario: sminuire, relativizzare e, capolavoro d’ipocrisia, contestualizzare e riportare tutto al fascismo. Insomma, guai a toccare Tito, il glorioso esercito di liberazione jugoslavo, la stella rossa, nel Giorno del ricordo istituito con legge che ne commemora le vittime, morti e vivi. A dissentire e a non mascherare neppure l’imbarazzo sono sempre quelli col ditino all’insù o puntato sugli “altri” che devono prendere le distanze, condannare, abiurare a comando. Sono i compagni depositari di verità e giustizia, e se magari qualche volta è sfuggito il dito sul grilletto, erano compagni che sbagliavano per eccesso di zelo, non il comunismo a essere sbagliato e criminale. E infatti, insorgenti di professione, sono insorti quando l’Unione europea ha parificato il comunismo al nazismo e l’ha rimesso nella pessima compagnia dei tre totalitarismi del Novecento.