San Pietro di Barbozza è l’enclave per eccellenza del mitico Cartizze. E proprio qui, intorno al 1930, Matteo Varaschin, uno dei “patriarchi” della viticoltura di Valdobbiadene, ha saputo guardare avanti. In quegli anni difficili e di fermento ebbe molti meriti riconosciuti. Oltre a rischiare in prima persona investendo nella viticoltura, fu pioniere nel credere e valorizzare l’identità dei terreni delle “Rive”, i fianchi o le pendici delle ripide colline che caratterizzano il territorio e che nei secoli sono mutate in modo molto differente tra loro. Siamo su terreni di origine marina, ricche di minerali e fossili, dove le viti affondano molto nel terreno per sorreggersi, e si appoggiano su rocce salate denominate “salis”.
Inoltre, insieme a pochi altri, il capostipite si prodigò per mantenere unita la comunità locale e cercare di frenare il fenomeno dell’emigrazione, insegnando a numerosi compaesani come coltivare la vite. Poi, questo insieme di saperi fu trasferito ai figli Luigi, che diventò enologo, e Renzo. La terza generazione ha visto per alcuni anni protagonista Orfeo, anche lui un grande visionario e precursore del “Prosecco rosè”, che purtroppo morì prematuramente. Oggi troviamo al timone la sorella di quest’ultimo, Raffaella, con il figlio venticinquenne Manuel che, dopo aver studiato da chef, ha sposato la causa di famiglia, insieme con il cugino Andrea. Hanno due ettari vitati di proprietà ad altezze di 300/400 metri nei tre comuni che delimitano la collina del Cartizze (San Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol), e acquistano le restanti uve dagli eredi dei vignaioli che aveva selezionato il loro nonno già un secolo fa (per un totale di 290 mila bottiglie).






