SAN VITO AL TAGLIAMENTO (PORDENONE) - Cappellino calato sugli occhi, mascherina nera a coprire il volto e passo sicuro. È il giorno dell’interrogatorio a Milano. Giuseppe Vegnaduzzo, l’80enne di San Vito al Tagliamento finito nell’inchiesta della Procura di Milano sui “cecchini di Sarajevo”, arriva verso le 10. Ignora i cronisti che lo attendono all’ingresso del palazzo di giustizia e per oltre un’ora risponde punto su punto alle domande del sostituto procuratore Alessandro Gobbis e del procuratore Marcello Viola. Sono domande innescate da un post apparso su Facebook lo scorso luglio, il giorno dopo che lo scrittore Ezio Gavazzeni ha depositato in Procura a Milano l’esposto, basato su proprie indagini e fonti, sugli orrori di Sarajevo.

«Non serve andare a Milano - diceva la testimone che è già stata sentita dagli inquirenti - nei dintorni di San Vito c’è una persona che...». Lui nega tutto. Respinge quell’ipotesi di reato riportata nell’invito a comparire notificato dai carabinieri del Ros: omicidio volontario plurimo aggravato dai futili e abietti motivi in concorso con ignoti. Ma dopo quella testimonianza, l’obiettivo degli investigatori è capire se abbia avuto a che fare con i civili che non erano inquadrati nell’Esercito regolare serbo. «Io non c’entro nulla - spiega l’ex autista agli inquirenti - Non conosco chi mi accusa, sono soltanto un appassionato di caccia». Ed è unicamente per l’attività venatoria, chiarisce, che ha utilizzato i quattro fucili e la carabina sequestrati mercoledì scorso. Sotto sequestro ci sono anche una Beretta 7,75 automatica e un revolver Glisenti 10,4 trovato fissato con un lucchetto al muro. Ogni arma è regolarmente denunciata.