Un grande cancello di ferro battuto chiuso protegge da un paio di giorni il cortile su cui si affaccia la casa di Giuseppe Vegnaduzzo, il pensionato 80enne finito nell'inchiesta choc sui cecchini di Sarajevo. Turisti dell'orrore che pagavano per andare a sparare ai civili a Sarajevo tra il 1993 e il 1995 durante la guerra nell'allora Jugoslavia.

Lunedì è atteso l'interrogatorio dell'ex autotrasportatore di San Vito, assistito dal suo avvocato Giovanni Menegon: l'uomo è indagato per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti e futili. L'anziano si sarebbe vantato con dei conoscenti di essere stato tra coloro che andavano a uccidere oltre confine. Ma ora resta in silenzio: l'indagato non parla e sembra impossibile prendere contatti anche con il suo legale. Ad un amico Giuseppe Vegnaduzzo avrebbe confidato: «I me vol copar». Mi vogliono uccidere. Intanto l'inchiesta prosegue con accertamenti e nuove segnalazioni.

Documenti di viaggio e registri ai valichi di frontiera. Anche su questo si concentra l'attenzione della Procura di Milano per cercare di ricostruire dinamiche e volti dei cosiddetti "cecchini del week end". In particolare, l'attenzione si concentrata sul recupero di vecchi biglietti aerei, ma anche dei passaggi in auto dai valichi - per i quali era richiesto il passaporto - che allora separavano in modo netto l'Italia dai Paesi balcanici. Certificati che potrebbero confermare la presenza di alcune persone ora sotto la lente dell'inchiesta coordinata dal procuratore capo Marcello Viola e dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. La procura ha incaricato il Ros dei Carabinieri di svolgere le indagini, che non avrebbero coinvolto altre persone, dunque non sembrerebbe che altre persone della regione siano state iscritte nel registro degli indagati. L'attività del Ros si sarebbe concentrata unicamente sull'abitazione dell'anziano - dove sono state sequestrate delle armi, tutte regolarmente detenute.